Germana Marucelli (1905-1983)

Germana Marucelli nasce a Settignano, vicino a Firenze dove frequenta la scuola fino alla quinta elementare. A undici anni si impegna nella sartoria Chiostri, sottoposta a un severo apprendistato. Nel 1921, in premio delle fatiche compiute, ottenne di accompagnare la zia a parigi dove le sartorie italiane prendevano ispirazione, si rifornivano di figurini e attingevano alla novità della stagione. A Parigi esercitata ormai ad affinare l'abilità manuale in compiti esecutivi, lei mette a punto le tecniche fondamentali della creazione, seconda tappa del suo apprendistato. Visitando gli atelier, impara a esercitare la memoria per il disegno, i dettagli, i colori e apprende l'arte della scelta confrontando prezzi, materie prime, confezione e accessori.

Nel 1925 lascia definitivamente la sartoria Chiostri per continuare il suo percorso, fuori dall'ambiente familiare, in un'altro atelier fiorentino. Nel 1932 accetta la direzione della sartoria Castaldi di Genova per la quale stipula un accordo con l'affermata sartoria Fantechi di Buenos Aires, ottenendo da questa il credito necessario per effettuare acquisti a Parigi. All'epoca, era già famosa per l'eccezionale memoria che le permetteva di copiare alla perfezione un modello dopo averlo solamente visto.

Nel 1938 si trasferisce a Milano, nelle centrale Via Borgospesso dove Flora d'Elys, una cliente tanto facoltosa quanto generosa, le mette a disposizione una casa per installare abitazione e atelier. L'anno seguente sposa il ventitreenne cremonese Carlo Calza, dal quale in 1940 ha un figlio. In questi anni- in conseguenza del fatto che, dal 1935, l'Ente nazionale della moda, per tutelare l'italianità del prodotto, aveva stabilito che ogni sartoria dovesse produrre una quota (dal 36 al 50%) con materie prime e su figurini italiani- Germana Marucelli come altre sarte, in seguito a un'ispezione subisce un processo e una condanna.

Se tali limitazioni mettevano in qualche difficoltà le sartorie italiane, tuttavia costringevano i creatori di moda, e tra loro la Marucelli, a ingegnarsi con le risorse disponibili, con maggiore impegno e più ampia autonomia. Anche in conseguenza di ciò alla fine degli anni Trenta, il mercato milanese dell'eleganza - che conservava il primato nonostante che a Roma avessero sede la corte, l'aristocrazia, il mondo politico e diplomatico e il cinema - offriva migliori opportunità creative ed economiche che Germana Marucelli sa sfruttare fino in fondo affrontando la terza tappa del suo percorso professionale: la ricerca di una moda autonoma, svincolata dai dettami parigini.

Alla dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, il marito si arruola volontario in aviazione e, con il procedere del conflitto e l'intensificarsi dei bombardamenti su Milano, la clientela sfolla nelle ville di campagna. Quando l'edificio di Via Borgospesso, colpito da un ordigno non era più abitabile. Germana Marucelli segue la Flora d'Elys a Stresa, sul lago Maggiore, dove la presenza di famiglie abbienti e una parvenza di vita mondana garantivano la continuità del lavoro.

Non era soltanto la necessità di guadagnarsi da vivere ma un'autentica e profonda passione per il suo mestiere che conduceva la Marucelli ad adattarsi alla mancanza di tessuto, di manodopera e di locali. Nell'ultima fase del conflitto si trova a disegnare, tagliare e cucire in condizioni estremamente precarie. In circostanze drammatiche lei ascoltando con sensibilità le clienti, era capace di anticipare la svolta che si stava preparando nel gusto: dopo il vestire spartano e le rinunce del tempo di guerra, si profilava il desiderio di recuperare una femminilità accentuata e morbida, con abiti ricchi e sontuosi. Fin dal soggiorno a Stresa la Marucelli creava abiti a vita di vespa, ampissime gonne e petto a piccione per i clienti millionari.

I disegni del periodo testimoniano questa eccezionale capacità della Germana Marucelli di anticipare il gusto' in questo caso appunto il "new look", nato ufficialmente solo nel febbraio 1947, con le creazioni di Christian Dior- che lei affermava di sentire "come se si aggirasse nell'aria", ma che rappresentava invece il frutto di un paziente dialogo con le clienti, di attenzione ai cicli della moda e, a partire dal dopoguerra, di un interesse particolare alle tendenze delle arti figurative.

Nel 1946 era l'unica tra i sarti italiani a non andare a parigi per prendere ispirazione. Fu una scelta a favore dell'autonomia, ma anche la conseguenza di uno stato di necessità, dovuto alle ristrettezze dei primi anni del dopoguerra quando, dispersa o impoverita la vecchia clientela, La Marucelli incontrava difficoltà a riavviare il lavoro e gli affari. Riunita la famiglia dopo ritorno del marito, si stabilisce in Via Cerva, dove da vita ai "giovedì di Germana Marucelli", frequentati da artisti, letterati, giornalisti. Convinta dell "INTERDISCIPLINARITA' TRA MODA E ARTE" riprende il filo di un'esperienza risalente alle avanguardie di inizio Novecento (praticata, tra gli altri dal futurista Filippo Tommaso Marinetti e della sarta Rosa Genoni) e, nel 1948, in collaborazione con il pittore e scenografo Piero Zuffi, presenta una collezione ispirata al surrealismo.

Nel 1950 poi fonda e finanzia il premio di poesia S. Babila che fu assegnato a Salvatore Quasimodo e per un'opera inedita al giovane e ancora sconosciuto Andrea Zanzotto.

Nel 1948, intanto Germana Marucelli era riuscita a rilanciare adeguatemente la sua attività grazie a Indro Montanelli, il quale aveva suggerito a Francesco Marinotti, industriale tessile alla guida della Società nazionale industria applicazioni Viscosa (SNIA Viscosa), di avvalersi della Marucelli come consulente di produzione e pubblicità.

Grazie a un finanziameto di 25 millioni di lire di Marinotto Germana Marucelli nel 1949 rileva la sartoria Ventura in Corso Como 18, dove apre atelier, laboratorio e il salotto del giovedi. Nel febbraio 1951 partecipa alla sfilata di Villa Torrigiani a Firenze, organizzata da G.B. Giorgini, un uomo d'affari toscano in relazione con i buyers americani, per lanciare la moda italiana, meno cara e altrettanto ricca di creatività e fantasia di quella parigina.

Nel decennio 1950-60 lei si afferma come una fra le maggiori creatrici italiane, partecipando a iniziative di spicco per la promozione dell'eleganza nazionale. Dalle sfilate del Centro internazionale delle arti e del costume di Palazzo Grassi a Venezia alle iniziative fiorentine di Giorgini. Sempre all'avanguardia, quando trasloca l'atelier al numero 35 di Corso Venezia affida l'arredamento all'artista Paolo Scheggi. Lui creava per lei dei ampi spazi nei quali la luce era esaltata da numerosi specchi.

Soprattutto nel dopoguerra la Marucelli colloca al centro della sua ispirazione le arti figurative - classiche e d'avanguardia -, come confermano i titoli prescelti per le diverse collezioni: nel 1954 la linea "fraticello" rimandava ai pittori toscani del Quattrocento e nel 1960 l linea "vescovi" riecheggiava lo stile dello scultore Giacomo Manzù. Non per questo perde di vista il mercato, come è evidente dalla collezione "pannocchia" del 1957, destinata ad accontentare la generazione di giovani donne indipendenti e dinamiche, con abito a sacco, tailleur con giacca a sacchetto, vestiti da sera corti, a tunica o blusanti.

Prima al mondo, nel 1963 offre al pubblico desideroso di trasgressione la collezione "scollo a tuffo" che in certo modo anticipava di alcuni mesi il "topless" lanciato dallo stilista tedesco-californiano Rudi Genreich. Nel 1965, sempre alla ricerca di nuove strade, lancia la linea "optical" realizzata insieme all'artista cinetico Getulio Alviani. Si trattava di abiti di seta, da giorno e sera, dalla linea in coerente evoluzione che traevano la loro forza innovativa nell'incontro tra forma e segno. I motivi, ideati da Alviani, non erano "un omaggio a" o una riproduzione di diesegni d'artista su stoffa, ma il frutto di una proficua collaborazione tra artista e stilista. Mentre Getulio Alviani trascriveva i principi dell'op-art, derivati dalla cinetica visuale, sugli abiti di Germana Marucelli, la stilista fiorentina invece esplorava con sapiente esperienza le potenzialità e le qualità intrinseche dell'abito. Scelse, infatti, di abbinare parte dei motivi optical a dei tessuti in plissè soleil (piccole pieghe che s'irradiano da un centro, spesso il giro vita, ottenute cucendo o stirando a macchina il tessuto), sottolineando così l'idea di mobilità già propria dell'abito. L'abito , infatti, non solo prende in considerazione le modalità del corpo, ma necessita anche della presenza di un essere umano per vivere e per realizzare la propria funzione. La piega , inoltre, giocando con lo spazio tra pelle e tessuto, non può che avanzare l'idea di uno spazio transitorio, sempre in movimento. negli abiti "Optical" di Germana Marucelli, realizzati con disegni di Getulio Alviani, dunque, non solo si vedono concretizzati i principi teorici dell'arte cinetica, ma addirittura viene compiuto un passo oltre: l'inganno ottico non è più confermato solo dalla percezione di chi osserva, ma nache dal movimento effettivo dell'opera stessa o meglio dall'essere umano che dentro l'opera vi abita.

 

Un abito di Germana Marucelli della collezione "Optical" con motivi di Getulio Alviani, 1965 

Nel 1967 propone i primi modelli "unisex" e nel 1968 presenta la linea "alluminio", caratterizzta da corazze e corsetti in metallo, a metà tra il gusto medievale e quello spaziale.

Nel gennaio 1972, a Firenze, sfila la sua ultima collezione. Alla nascita del pret-à-porter vuole rimanere fedele al suo artigianato di lusso e preferisce vestire una limitata ma affezionata clientela. Apre nella sartoria una scuola di cucito, anche questa ristretta alle nipoti e a poche amiche.

Negli ultimi anni di attività preferisce restare un'artista solitaria, spesso isolata perché troppo audacemente all'avanguardia. Incurante delle gelosie e rivalità del mestiere, tiene rapporti con il mondo della creazione artistica piuttosto che con quello dell'industria e degli affari. Sfruttata dagli imitatori, non sottrar mai il suo aiuto agli artisti, e soprattutto ai giovani.